Siamo abituati a vederli sorridenti, fieri nelle loro canotte e pantaloncini, entusiasti nel raccontare la loro passione e nel decantare i milioni di miglioramenti che la corsa ha portato nelle loro vite, ma siamo sicuri che la vita del runner sia tutta rosa e fiori o c’è qualcosa che i podisti ci nascondono? C’è un’altra faccia della medaglia, un lato oscuro che nessuno racconta?
Perché non provare a guardare corsa e allenamento da un punto di vista differente, inusuale, distopico e perché non farlo attraverso delle interviste scomode? Passione, entusiasmo e benessere fisico sono lampanti alla vista, basta osservare la luce negli occhi sorridenti e scintillanti dei runner all’arrivo di qualsiasi competizione podistica, ma ci sono anche ombre? Chiediamolo a loro!
Il primo con cui cercheremo di addentrarci nei retroscena di questa disciplina è Massimo Santucci.
Ciao Massimo, per iniziare citando in una nuova versione un famoso programma televisivo ti chiedo: “Che podista sei?”
Un podista paziente, riflessivo, ordinato, ma in passato anche fortemente determinato a raccogliere più possibile.
La prima impressione che si ha di te è quella di una persona attenta e molto rispettosa degli altri, questo aspetto della tua personalità ti ha pesato nella corsa? Riuscivi a conciliarlo con la competitività dell’agonismo?
Si, riuscivo a conciliarlo bene. Prima della competizione ero sempre attento ad avere rapporti distesi e costruttivi con gli altri atleti, ma una volta partita la gara pensavo solo a me ed a correre più veloce possibile.
Ti sei affacciato al mondo dell’atletica a 11 anni, era la fine degli anni ’70, cos’è cambiato? Ci sono cambiamenti che hanno inquinato il podismo secondo te?
Cambiamenti nell’abbigliamento, ma anche nell’approccio. Bastava la tuta da ginnastica e le “scarpe da tennis” per sentirsi atleti. Adesso è tutto più ricercato, ma è giusto così. Oggi c’è sicuramente una maggior consapevolezza di ciò che si fa.
Inquinato potrei dire di sì, ma anche un tempo c’era il bello ed il brutto. Il mondo dell’atletica credo che sia come gli altri universi, c’è gente di ogni tipo con tutto quello che ne consegue. Ovvio che lo sport dovrebbe avere scopi nobili e rattrista vedere chi bara o chi utilizza questo sport per ottenere vantaggi a discapito degli altri.
Ci sono stati cambiamenti che hai fatto fatica ad accettare?
Il giudizio sempre più pronunciato verso il valore atletico. È un modo di ragionare che non mi è mai andato giù. Il valore delle persone non si giudica in base al tempo al km. In realtà quando si apprezza la corsa si vince sempre. Importante non perdere la bussola.
Si sa, lo sport e specialmente la corsa, ci danno tanto: passioni, emozioni, amicizie ed esperienze ma se ci lasciamo prendere la mano potrebbero toglierci altrettanto. Guardandoti indietro, cosa ti ha tolto?
Ho messo tutto me stesso nella corsa. L’ho amata e continuo a farlo senza freni, ma credo di aver avuto sempre equilibrio. Non credo mi abbia tolto niente. Il tempo dedicato alla corsa è uno spazio consapevole e di conseguenza pieno di leggerezza.
Passando a un altro tabù del runner, parliamo di infortuni. Qual è stato il tuo periodo di stop più lungo? Come lo hai vissuto?
Fortunatamente non ho avuto infortuni rilevanti. Dal 1978 in cui ho iniziato non c’è mai stato un anno senza corsa. Solo nel 1996 ho avuto problemi di salute ed uno stop di circa 6 mesi. Ero disperato. Mi sembrava di non poter vivere senza la corsa. Non potevo immaginare di perderla ed ho pensato costantemente al giorno in cui avrei di nuovo messo le scarpette ai piedi. Da lì ho capito quanto fosse totalizzante la passione per la corsa oltre l’agonismo.
Hai mai avuto un momento di crisi nella tua carriera sportiva?
Ci sono state forti delusioni dopo gare andate male, a volte tempi che non soddisfacevano e rivali che
stavano davanti. Ma direi tutte cose che fanno parte del gioco, crisi vera mai. Crisi che duravano lo spazio di una notte, per tornare più motivato di prima.
Fino a quanto ti sei spinto oltre? Hai mai rischiato di compromettere salute, amicizie, famiglia?
Credo di no. Sono sempre molto prudente nelle decisioni e raramente agisco d’impulso. Ho sempre
mantenuto attenzione ai vari comparti della vita. Sicuramente la famiglia può aver subito la mia grande immersione nell’atletica, ma siamo sempre aperti a lasciare spazio alle nostre passioni. La famiglia credo sia apertura e non confini.
Adesso una domanda al Massimo allenatore, hai riscontrato ossessioni e comportamenti deleteri in qualcuno dei tuoi atleti? Racconta.
Questo punto meriterebbe pagine su pagine. Molti atleti cominciano quasi per caso fino a che la corsa diventa una dipendenza e quindi una necessità. Mano a mano si trasforma da qualcosa di bello e puro ad un’esigenza irrinunciabile. Spesso per scappare dai problemi sul lavoro o in famiglia o risolvere problemi personali, fobie. Credo che la corsa sia un’opportunità per migliorare la nostra vita, ma non una medicina magica. Quando vedo atleti che corrono anche da infortunati imbottiti da antinfiammatori ed ogni genere di farmaci perché hanno bisogno della corsa a tutti i costi non li comprendo più, diventa una pratica distruttiva. Non si può investire tutto nella corsa, poi basta un risultato non buono e crolla non solo la corsa, ma l’autostima e la propria vita.
Hai visto atleti trascurare le proprie vite e il proprio benessere per lo sport?
Assolutamente sì. La corsa è pericolosa perché chiede sempre di più. Ci entra dentro. Va assaporata con rispetto. Bisogna dosarla, è un bene prezioso. Gli eccessi, come per ogni cosa, non fanno mai bene.
C’è stato un atleta o atleti che hai dovuto cercare di “richiamare alla realtà” perché troppo assorbiti dalla foga agonistica? E alcuni con cui hai preferito interrompere i rapporti?
Sì, mi è capitato. Quando si vuole stare davanti agli altri a tutti i costi o quando per battere un determinato avversario si è disposti a qualunque cosa non ci sto. Spiego che il nostro obiettivo è arrivare al massimo di noi stessi, gli altri non c’entrano niente. Dobbiamo essere semplicemente la migliore versione di noi stessi, se poi coincide con la vittoria o con il gran tempo meglio. Ci può essere poi la tattica, lo studio dell’avversario ecc. ma sempre nel pieno rispetto altrui. Essere in guerra con gli altri raramente offre pace in noi.
Dopo aver esplorato gli abissi di questo sport, ritorniamo in superficie… cosa consigli per un “uso consapevole della corsa”, cosa può fare un Runner per essere sì competitivo ma senza perdere di vista quello che è l’obiettivo primario, il benessere psicofisico in un contesto di vita quotidiana che ci chiama anche ad altri impegni e doveri.
Credo che dobbiamo ricavare il nostro spazio di serenità durante la giornata. È una scelta, è un momento nostro in cui svegliamo il corpo e lo sentiamo vivo. Il cuore raddoppia o triplica il suo battito ed i fiumi di ossigeno ci pervadono. Sono sensazioni che solo il corridore sa conoscere. Quando avvertiamo che la corsa ci presenta stress dobbiamo subito capire cosa si stia innescando. Bisogna subito sciogliere i nodi e non permettere che una passione si trasformi in altro. La corsa deve portarci unicamente benessere.
Quando corriamo dobbiamo cercare di isolarci dal mondo e resettarci. Per quanto riguarda fare agonismo o correre per il benessere per me la differenza è quasi inesistente. Nella corsa si lavora con il nostro corpo.
Cambiano i carichi, le intensità e i mezzi, ma la sostanza non cambia. Correre rimane sempre correre.
Grazie Massimo, anche da un punto di vista un po’ più cupo e insolito emerge comunque il bello della corsa e soprattutto ci hai lasciato degli spunti di riflessione importanti e dei messaggi di cui far sicuramente tesoro.
Chi sarà il prossimo?
Liza Bellandi

