Siamo abituati a vederli sorridenti, fieri nelle loro canotte e pantaloncini, entusiasti nel raccontare la loro passione e nel decantare i milioni di miglioramenti che la corsa ha portato nelle loro vite, ma siamo sicuri che la vita del runner sia tutta rosa e fiori o c’è qualcosa che i podisti ci nascondono? C’è un’altra faccia della medaglia, un lato oscuro che nessuno racconta?
Perché non provare a guardare corsa e allenamento da un punto di vista differente, inusuale, distopico e perché non farlo attraverso delle interviste scomode? Passione, entusiasmo e benessere fisico sono lampanti alla vista, basta osservare la luce negli occhi sorridenti e scintillanti dei runner all’arrivo di qualsiasi competizione podistica, ma ci sono anche ombre? Chiediamolo a loro!
Oggi cercheremo di addentrarci nei retroscena di questa disciplina con l’amica podista del GS Orecchiella Garfagnana Elisa Chimenti.
Iniziamo con la domanda di rito, che podista sei?
Sono una podista amatoriale che corre per la propria salute e per divertirsi.
La corsa nella tua vita c’è sempre stata: hai mosso i primi passi correndo allo stadio comunale di Camaiore già a tre anni e mezzo e a soli 4 anni hai partecipato alla tua prima gara, se pensi a te stessa senza corsa cosa vedi? Non ti spaventa un po’ questa immagine?
Se penso a me senza corsa, un po’ mi sento incompleta, come se mi mancasse una parte di me, ma negli anni ho imparato grazie alle esperienze che la vita ci regala, a dargli la giusta importanza.
Sei cresciuta sul tartan: 11 anni da velocista e saltatrice per l’Atletica Camaiore fino all’adolescenza. Come ti ha plasmata questa esperienza?
Il tartan come la pedana del salto in lungo, sono stati grandi formatori di disciplina, felicità, forti emozioni e grandi soddisfazioni. A volte quando ho la possibilità di poter correre in pista, la prima cosa che faccio è baciarmi il palmo della mano e toccare la pista e dirle – ciao amica mia, grazie! – Con tanto rispetto.
C’è un ricordo traumatico della tua vita da atleta-bambina? Pensi che abbia influito nel tuo rapporto con lo sport e con la vita in generale?
Ricordo un grosso infortunio da ragazzina al campo di Pietrasanta, con lo strappo del muscolo retto del femore alla gamba destra e sinistra, il mio arrivo rovinoso sul traguardo, con mio padre che urlava spaventato fuori dalla rete del campo. In un attimo mi sono giocata il mio futuro ad un livello più alto nel Mondo dell’atletica, non capendo per inesperienza che avrei avuto tutto il tempo per recuperare e tornare ad alti livelli.
Se ripensi al passato con gli occhi da adulta, invece, vedi qualcosa di disfunzionale nel mondo sportivo giovanile dell’epoca?
Al tempo non veniva molto considerata l’età dell’atleta, c’erano carichi di lavoro molto pesanti già da piccoli, non tenendo conto dello sviluppo e delle varie fasi di crescita, con il rischio di far infortunare gli atleti già in tenera età.
Passato e presente della corsa: chi meglio di te può farci un confronto tra il mondo podistico del passato e quello attuale! Cos’è cambiato? C’è qualcosa che si è perso per cui provi nostalgia?
Penso che il Mondo della corsa sia molto cambiato, sia per quanto riguarda le tecniche di allenamento con piani sempre più personalizzati, staff di élite che comprendono allenatore, fisioterapista, nutrizionista e varie figure professionali; sia per quanto riguarda i capi da indossare, il mondo scarpa diviso in varie filosofie, dal naturalista che predilige una corsa più a contatto con il terreno e dove si esercita il piede in modo totale, a chi ricerca la massima prestazione con l’utilizzo di drop diversi, suole e piastre “speciali”. Poi il tempo, calcolato da strumenti di alta precisione che ti preparano l’allenamento, i tempi di riposo, il ciclo, la maternità…ma quando non prendono scatenano il panico. Se penso al passato, penso con nostalgia, che abbiamo smarrito LA SEMPLICITÀ: le scarpe non avevano mille drop, c’erano pochissimi brand, il cronometro lo teneva in mano il mister che ti urlava dall’altro lato del campo quando partire e variare il ritmo, dovevi solo correre, niente di più.
Secondo te il mondo podistico come si sta evolvendo? Ci sono aspetti in cui non ti riconosci più?
Il Mondo del podismo attuale si sta evolvendo sempre più, sta viaggiando alla velocità della luce: gare in ogni dove ogni fine settimana, gruppi podistici che nascono come funghi, agenzie di viaggi specializzate, camping formativi in tutta Italia, numero di podisti in un crescendo senza limiti, un mondo che sta assumendo la forma di un enorme salvadanaio che cresce in maniera spropositata di anno in anno e dove in tanti vogliono attingere. Non mi riconosco tanto in questo nuovo mondo, forse perché quando entravo al mio stadio, per me era come entrare in un tempio, mi sentivo protetta, seguita, considerata, al pari degli altri. La squadra era veramente casa, passavi più ore lì che con la tua vera famiglia, non c’erano chiacchiericci di corte né love story alla Beautiful, non c’erano né la voglia né il tempo. Tutti ci si rispettava e si ammiravano gli atleti più forti, c’era uno spirito più pulito, più puro. Quando ti urlavano: “libera la 1…libera la 2”, ti scansavi e guardavi i veri atleti che passavano per imparare qualcosa, avveniva quella magia e rimanevi affascinata.
Nel podismo attuale ci sono invece aspetti nuovi che ritieni positivi? Quali?
Del podismo attuale ritengo molto positivo lo studio accurato dell’atleta e le facilitazioni che le tecnologie hanno dato in termini di praticità e tempo.
Con l’adolescenza, complice un lungo infortunio, ti sei dovuta fermare e reinventare. Dalla velocità al fondo. È stata solo un’evoluzione forzata o un processo di cambiamento più profondo che ti ha plasmata non solo sportivamente ma anche personalmente?
Il fatto di essere passata dalla velocità al fondo non è dipeso dall’infortunio ma dalla curiosità di scoprire i propri limiti e dal fatto che avevo bisogno di creare un mio spazio mentale di tranquillità. La corsa sulle lunghe distanze mi permette di creare un ponte con un altro mondo dove ritrovo me stessa e mi isolo da tutto, creo una mia dimensione, anche se…ogni tanto ci scappa il piede e la ripetuta e si riassapora la scossa che fa vibrare.
Qual è stato il momento più duro dell’infortunio? Come lo hai affrontato?
Per quanto riguarda l’infortunio da ragazzina, ho vaghi ricordi. L’amarezza per l’occasione persa, i contrasti che si erano creati a casa, il resiliente affetto del mio allenatore che veniva a cercarmi ogni giorno e mia madre che aveva già deciso la mia sorte ignorando il mio volere.
Ad oggi invece com’è il tuo rapporto con gli stop forzati dall’attività sportiva? Ahimè noi runner siamo soggetti ad infortuni e sentirsi fermi ai box è spesso causa di frustrazione. Tu come la vivi?
L’infortunio è sempre una noia e diventa frustrante se va alle lunghe e non si vedono miglioramenti, io ho imparato a conviverci e a sentire i messaggi che mi manda il mio corpo.
In precedenti interviste hai descritto il tuo legame con la corsa come un legame pieno di contrastanti emozioni. Quali sono questi contrasti? Quali sono le ombre di questo “matrimonio”?
La corsa è un’amante favolosa, passionale, ti trascina, ti inebria, ti fa battere il cuore, ti leva il fiato, ti sconvolge mente e fisico ma se non le dai la giusta importanza, può tradirti, farti piangere, nascondere le tue debolezze, le tue paure finché non riappaiono distruggendoti. La corsa va praticata con estrema intelligenza.
Ci sono errori che hai commesso nel tuo cammino sportivo che ad oggi, con maggiore maturità e consapevolezza, eviteresti?
Eviterei sicuramente di vivere la corsa come un’ossessione al di sopra di tutto e tutti, eviterei di vivere gli infortuni come lutti, eviterei di lasciarmi trascinare dai tempi e dalle prestazioni, eviterei di ascoltare e di guardarmi troppo intorno perdendo tempo e forze per me, eviterei di nascondere i disagi e i malesseri personali dietro a diete drastiche con l’illusione di correre più veloce rischiando la salute, eviterei di usare la corsa come scusa e nascondiglio da me stessa.
Ma adesso basta con gli aspetti negativi, lasciaci un messaggio positivo! Da veterana della corsa, cosa consiglieresti a chi inizia a muovere i primi passi in questo travolgente mondo?
Consiglio a chi inizia o sta per iniziare a correre di viverla con gli occhi di un bambino, con gioia, curiosità e divertimento ma allo stesso tempo con la consapevolezza di un adulto per quanto riguarda il lato salute, affidandosi a mani esperte del settore perché è bello giocare senza farsi male! Come dice il nipotino di un mio carissimo amico: “zio giochiamo a correre???”
Liza Bellandi
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