Il lato oscuro dei runner: Filippo Frassi

intervista a Filippo Frassi

Siamo abituati a vederli sorridenti, fieri nelle loro canotte e pantaloncini, entusiasti nel raccontare la loro passione e nel decantare i milioni di miglioramenti che la corsa ha portato nelle loro vite, ma siamo sicuri che la vita del runner sia tutta rosa e fiori o c’è qualcosa che i podisti ci nascondono? C’è un’altra faccia della medaglia, un lato oscuro che nessuno racconta?

Perché non provare a guardare corsa e allenamento da un punto di vista differente, inusuale, distopico e perché non farlo attraverso delle interviste scomode? Passione, entusiasmo e benessere fisico sono lampanti alla vista, basta osservare la luce negli occhi sorridenti e scintillanti dei runner all’arrivo di qualsiasi competizione podistica, ma ci sono anche ombre? Chiediamolo a loro!

Oggi cercheremo di addentrarci nei retroscena di questa disciplina con Filippo Frassi, podista architetto per un’azienda leader a livello mondiale nella progettazione realizzazione di Luxury Interiors per Yacht e con un passato da agonista nel ciclismo.

Iniziamo con la domanda di rito, che podista sei?

Nel descrivere il podista che è in me innanzitutto, vorrei premettere che non sono un “malato della competizione” nel senso che non mi piace il tipo di “podista tossico” in competizione con gli altri sempre e comunque e neanche ossessionato dalla prestazione. Mi piace ovviamente migliorarmi, cosa sempre più difficile al passare degli anni.

Mi piace molto correre da solo, correre è per me ritrovare me stesso dopo una giornata di lavoro intensa, è trovare una soluzione progettuale mentre affronto una salita o pensare al mattino presto mentre corro prima del lavoro, magari lungo il Weser, a Brema a come iniziare il mio stand-up meeting in cantiere. Allo stesso tempo mi piace molto mettermi alla prova e pormi sempre nuove sfide ma come diceva un vecchio film “…a volte sei avanti…a volte resti indietro, la corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso”. Ecco mi definirei un podista in corsa con se stesso, a volte anche per fuggire da me stesso, dai pensieri, dalle preoccupazioni, dai fallimenti. Dopo una corsa trovi sempre una soluzione o una spiegazione per tutto. Questo per me è essere podista nell’età della ragione.

Sei cresciuto nel rigore e nella disciplina dello sport con un padre, prima ciclista semi professionista e dopo dirigente sportivo; un fratello allenatore dopo una carriera da ciclista professionista; cugini con carriere da ciclisti professionisti mentre Giuliano Taccola, altro cugino, è stato giocatore della Roma e capocannoniere della serie A, come ha influito questo nelle tue scelte di vita? Riguardando alla tua infanzia, sei stato libero di fare davvero ciò che desideravi o hai sentito la pressione di dover intraprendere una carriera sportiva?

Premetto che nessuno dei miei familiari mi ha mai “obbligato” a fare sport o a scegliere il tipo di sport da praticare. Da piccolo come tutti ho iniziato con il calcio ma ogni domenica andavo con mia mamma e mio fratello (che ha sei anni in meno di me) a vedere mio babbo in gara e molto spesso vinceva. Per me è sempre stato un eroe da emulare e non appena ho potuto anch’io mettere il “culo” sul sellino ho cominciato a praticare ciclismo insieme ai miei cugini e mio fratello. Mio padre è stato un mentore non solo per noi ma per molti ragazzi toscani e non. Poi io ho chiuso con le competizioni ma i miei cugini e mio fratello hanno continuato e sono arrivati al professionismo che era sempre stato il sogno di noi da piccoli.

Mio padre, nel frattempo, ha messo su una squadra di giovani, il Monte Pisano, che si è subito affermata a livelli alti e mio fratello ha cominciato la sua carriera da allenatore lì. Mio babbo era presidente, mio fratello allenatore e io facevo il jolly, gonfiavo le bici, le pulivo, aiutavo i ragazzi alla partenza, facevo i rifornimenti in gara.
Mia mamma ci ha sempre accompagnato, ha sempre vissuto nello sport, potrebbe fare la nutrizionista sportiva da quanto ne sa di alimentazione. Ci ha sempre assistito e seguito. Sono stati anni bellissimi. Seguivamo mio fratello in giro per l’Italia ogni domenica.

La corsa è comunque sempre la nostra base di allenamento invernale e quindi praticamente corro da sempre. In preparazione facevano fartlek, ripetute in salita, ripetute in pista.
Direi che non sono mai stato condizionato e ho sempre fatto quello che il cuore mi diceva. Ovviamente con l’aumento degli impegni universitari prima, e lavorativi poi, la corsa è diventata più centrale e le uscite in bici si sono ridotte a due massimo tre a settimana. Prima in bici mi allenavo 7 giorni su 7.

Super brillante negli studi e super disciplinato nello sport con ottimi risultati sia nel ciclismo, sia più recentemente nella corsa dove addirittura ti sei fatto notare negli Emirati Arabi, luogo in cui hai vissuto dal 2022 al 2024, vincendo ben tre gare, mi verrebbe da dire “mens sana in corpore sano”, ma quanto c’è di sano nel bisogno di primeggiare in ogni ambito? Il Bisogno di eccellere secondo te è un sano stimolo a migliorarsi o è una pericolosa frenesia? Nella tua vita cos’è stato?

Ti rispondo alla prima parte della domanda dicendo che la voglia di primeggiare non è mai stata in me uno stimolo nell’affrontare ogni situazione della vita, incluso lo sport, bensì la voglia di sfidare e superare me stesso.
Pormi delle sfide e dei traguardi sempre più ambiziosi e fare di tutto per arrivare lì, ma per me stesso non certo per dimostrare a nessuno il mio valore. Questa è la mia linfa vitale.
Ovviamente se sei disposto sfidarti devi essere disposto anche a fallire e secondo me saper accettare la sconfitta è quanto di più sano ci possa essere nella vita. Ripartire poi, dopo il fallimento è il più grande momento di crescita che uno può garantire a sé stesso.
Ecco quello che secondo me c’è di sano nel mio approccio alla vita (e allo sport).
Vorrei concludere dicendo che purtroppo non riesco a scindere in settori la mia vita, mi vedo podista quando lavoro e viceversa.

Sono sempre me stesso in ogni cosa che faccio, uso gli stessi meccanismi mentali, lo stesso metodo lo stesso approccio, tutto basato sull’onestà e la semplicità e il sacrificio.
La mia determinazione a volte è scambiata per presunzione ma non è così.
Se sei disposto a soffrire per qualcosa, ed accettare di fallire per quella cosa alla base ci deve essere la ragionevolezza, “un’utopia ragionevole”, altrimenti sono d’accordo che si sfocia nella presunzione.
Altrimenti tutto diventa distruttivo. A me piace non tanto il fatto di primeggiare ma il fatto di ricercare ogni giorno la migliore versione di me stesso.

Addentriamoci in un ambito complicato per i podisti amatoriali: conciliare sport e lavoro. Tu hai un lavoro che ti porta a fare numerose trasferte durante l’anno in svariate parti del globo costringendoti non solo a cambiare continente ma anche clima e fuso orario. Quanto è difficile riuscire a conciliare tutto ciò? Spesso non ti senti stanco di dover per forza incastrare quell’oretta di allenamento tra un volo e un meeting?

Diciamo che quando sei lontano da casa e ci stai per tanto tempi devi ricrearti là il tuo mondo. Quindi prima di ogni trasferta, specialmente se vado in una città per la prima volta, inizio a ricercare i percorsi, eventualmente una piscina per nuotare. Di regola corro sempre al mattino presto prima dei meeting e questo non mi pesa, anzi come dicevo inizialmente mi aiuta nel focalizzare quello che dovrò fare di lì a poco sul lavoro. Ovviamente il fatto di aver programmato gare ti aiuta a stare concentrato e a non mollare quando vai avanti ed indietro per il mondo.
La voglia di sfidare se stessi nonostante i ritmi di vita non proprio da atleta è la molla che ti fa svegliare alle 5 la mattina e lasciare l’hotel per correre. In tutto questo gioca a mio favore il fatto che la mia organizzazione di vita dipende solo da me stesso in quanto non ho mogli, figli o fidanzate, e questo aiuta!!!

Hai mai pensato di mollare per dedicarti solo al lavoro?

Non credo che lo farò mai. Ci sono stati momenti in cui veramente vivevo a 300 all’ora perché specialmente con la consegna dell’ultimo progetto lavoravamo a ritmi incredibili in cantiere fino alla sera. Ma lì avevo escogitato un sistema per cui mi facevo lasciare per strada tra cantiere ed albergo (distano più o meno 25 km) mi cambiavo in macchina e arrivavo in hotel correndo. Ovviamente la distanza dipendeva dal tipo di allenamento che dovevo fare.
Abu Dhabi invece la barca era in un porto in pieno deserto e finendo di lavorare alle 19.00 e attaccando alle 7 non avevo altro tempo per correre che farmi i 16.5 km dalla barca all’hotel a corsa tutti i giorni alla sera.

Insomma è tutta una questione di forza di volontà ma non ho mai proprio pensato una volta “ma chi me lo fa fare”. È chiaro che crei curiosità tra i colleghi di lavoro.
Pensa che adesso l’azienda per cui lavoro ha una squadra di podismo aziendale che si chiama Play Time e che ho contribuito formare con altri colleghi appassionati. Il nome la dice tutta: la corsa è e deve essere un gioco a questa età.

Pensi di aver sacrificato qualcosa per lo sport? Hai dei rimpianti?

Sinceramente ho sempre fatto quello che il cuore mi diceva e quello che mi faceva star bene. L’unico rimpianto che ho è non aver saputo cogliere alcune occasioni da giovane quando ero ciclista perché non avevo la stessa determinazione che ho adesso e non essermi allenato con metodo nella corsa i primi anni che correvo buttando magari al vento delle occasioni. Ma è una cosa superficiale che non mi crea stress psicologico particolare. Sono piuttosto riflessioni che ogni tanto capita di fare. M ritengo estremamente soddisfatto delle esperienze che ho vissuto.

Qual è stato il periodo più difficile per la corsa?

Ho avuto due momenti difficili. Il primo nel 2006 quando ho subito un’operazione alla schiena per l’impianto di un DIAM (dispositivo ammortizzante interspinoso). Ho avuto uno stop di quasi un anno e pensavo di non tornare più a correre – Fortunatamente sono ancora qua con le scarpette ai piedi. E poi la fine del 2024 quando mi sono sottoposto ad un’ablazione cardiaca che mi ha permesso di risolvere un piccolo problema e di ritornare ad allenarmi con serenità ma che comunque mi ha creato qualche preoccupazione.

Ti sei mai sentito dipendente dallo sport o tutto quello che hai fatto ti faceva stare bene?

Sinceramente lo sport fa parte del mio stile di vita. Ci sono molte altre passioni nella mia vita che coltivo, I viaggi, il vino, la cucina, l’arte in generale. Lo sport è una di queste. Non ti puoi sentire dipendente da una passione altrimenti diventa un atteggiamento compulsivo, una nevrosi e quello che fai diventa “tossico” e non va bene. È chiaro, comunque, che ogni cosa che ti fa stare bene e ti appaga crea un minimo di “dipendenza positiva” che finché crea stimoli vitali è positiva altrimenti come vi dicevo diventa una sorta di cura psicotropa e non va bene.

Riesci a immaginare il tuo futuro senza corsa? Qual è la cosa che più ti spaventa di una vita senza correre?

Non ho mai pensato al momento in cui vorrò o dovrò smettere. Mi piace pensare che correrò e farò sport fino alla fine ovviamente adattando le intensità allo scorrere della mia vita. Fortunatamente ho l’esempio di mio padre che a 76 anni suonati ogni giorno esce in bici e lo fa per stare in salute continuando a praticare lo sport che ha sempre amato. Spero che la vita dia anche a me questa possibilità, sicuramente ci vuole determinazione e passione per continuare fino a quell’età.
È chiaro che se fossi costretto a smettere per un qualsiasi motivo non sarebbe facile da accettare ma non ci voglio pensare, non mi voglio far venire questo tipo di pensieri e paure.

Dopo tanta negatività lasciaci un messaggio positivo. Un consiglio per coloro che si reputano troppo impegnati per praticare attività sportiva.

Reputo la corsa lo sport più democratico che esista. Questo perché ti permette di allenarti dove vuoi e quando vuoi e ti permette di competere dai 5K ai 100K in base al tempo che puoi e decidi di dedicargli.
Puoi correre semplicemente per stare in salute, per perdere peso o per competere.
Alla base ci deve comunque essere una motivazione forte. Se sei motivato, se credi in quello che fai non ci sono scuse, “non ho tempo” non può essere una scusa per non farlo.

Correre ottimizza il rapporto tra tempo dedicato e risultati, direi che la corsa è “edonistica”.
È uno sport dove ottieni il massimo risultato in termini di sforzo fisico (e quindi di consumo calorico) in relazione al tempo dedicato. Correre 50’ 4 volte a settimana ti consente di vedere in poco tempo miglioramenti apprezzabili sia in termini di forma fisica che di performance.
Sto parlando di 50’ nell’arco delle 24 ore, tutti le possono trovare se vogliono.
A tutti quelli che si giustificano dicendo che non hanno tempo dico: “provateci!”, il difficile è partire, uscire di casa, ma una volta superato questo limite riuscirai a cambiare in meglio la tua vita “tout court”.
Come diceva una nota pubblicità degli anni ’80: “provare per credere”.

Grazie mille Filippo, una vita piena sin dall’infanzia ma soprattutto dalle tue parole si percepisce tutta la passione che ci metti, grazie anche per quest’ultimo messaggio per i più “pigri”.

Adesso non resta che chiederci “chi sarà il prossimo?

Liza Bellandi

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