Il lato oscuro dei runner: Odette Ciabatti

Odette Ciabatti

Siamo abituati a vederli sorridenti, fieri nelle loro canotte e pantaloncini, entusiasti nel raccontare la loro passione e nel decantare i milioni di miglioramenti che la corsa ha portato nelle loro vite, ma siamo sicuri che la vita del runner sia tutta rosa e fiori o c’è qualcosa che i podisti ci nascondono? C’è un’altra faccia della medaglia, un lato oscuro che nessuno racconta?

Perché non provare a guardare corsa e allenamento da un punto di vista differente, inusuale, distopico e perché non farlo attraverso delle interviste scomode? Passione, entusiasmo e benessere fisico sono lampanti alla vista, basta osservare la luce negli occhi sorridenti e scintillanti dei runner all’arrivo di qualsiasi competizione podistica, ma ci sono anche ombre? Chiediamolo a loro!

Oggi cercheremo di addentrarci nei retroscena di questa disciplina con l’amica podista del GS Orecchiella Garfagnana Odette Ciabatti.

Iniziamo con la domanda di rito, che podista sei?

Sono la podista che chiede tanto a se stessa per cercare di essere competitiva, acciacchi permettendo, in gara si va per dare il meglio. Però so anche prendere la corsa con leggerezza se l’occasione lo permette, tipo durante le classiche corse podistiche della domenica o durante gli allenamenti rigeneranti dove serve scaricare la mente.

Possiamo dire che sei atleta da una vita: a 10 anni già ti districavi tra le diverse discipline dell’atletica per poi passare al mezzofondo. Ci sono episodi o sensazioni forti che ancora ricordi in maniera vivida della tua esperienza da atleta bambina?

Soprattutto ricordi nostalgici perché sono stati gli anni più belli, l’appuntamento allo stadio era tassativo, era la seconda casa. Eravamo numerosi e lì ho creato le amicizie importanti che ancora oggi continuano. Per quanto riguarda gli episodi importanti, qui ci sarebbe da scrivere un libro: ricordo ancora la gara del salto in alto che, naturalmente, non era la mia gara ma che dovevo per forza fare. Rimanemmo in gara solo io e la mia amica, anche lei futura mezzofondista, ridevamo come delle matte perché eravamo riuscite ad eliminare tutte le avversarie e addirittura riuscii a saltare 1mt 38 (lei saltò 1mt 40). Oppure il classico riscaldamento che facevamo fuori dallo stadio, ma appena varcato il cancello, si andava a spasso per la pineta a far passare il tempo per poi rientrare fiere della trasgressione appena compiuta. E poi le merende a fine allenamento che ci portavamo da casa sopra i sacconi del salto con l’asta che non finivamo mai, eravamo la disperazione del custode che tutte le volte ci urlava contro perché doveva chiudere lo stadio e noi abitualmente eravamo sempre le ultime ad uscire.

In famiglia come era visto il tuo impegno da atleta? Lo condividevano? Ti supportavano? Ti creavano pressioni?

La famiglia non mi ha mai ostacolato, felici per la mia scelta, anzi hanno cominciato pure loro a fare sport.
Babbo è sempre stato uno sportivo anche se oggi non fa più niente, mentre mamma che non aveva mai praticato sport, al tempo era piuttosto in carne ma facendo una dieta aveva perso parecchi chili e  cominciò anche lei a correre e da lì non ha più mollato e tutt’ora non demorde. È stata anche atleta Orecchiella!

Com’era il mondo dell’atletica giovanile all’epoca? C’è qualche aspetto negativo che pensi che ti abbia segnata?

Il mondo giovanile dell’atletica era molto più numeroso, per noi era un momento di svago, andavamo allo stadio per condividere lo sport, il divertimento, il gioco. Non ricordo niente di negativo anzi tutti ricordi molto positivi.

E oggi come si è evoluto? Secondo te è un luogo sicuro in cui crescere e maturare per un bambino o possono crearsi delle dinamiche negative?

Premetto che per me l’atletica è stato l’unico sport che ho praticato, è stato amore a prima vista, non ho mai pensato ad altri sport, non ho mai mollato nonostante che agli allenamenti e nelle gare trovassi avversari più forti di me. Oggi i ragazzi praticano tremila attività senza mai trovare, o molto raramente, quello più adatto alla loro personalità. Penso che molte colpe siano imputabili ai genitori che pretendono sempre il meglio dai figli e devono per forza primeggiare in tutto. Cellulari e videogiochi poi distruggono un probabile approccio allo sport (secondo me eh). Per un certo periodo di tempo ho allenato un gruppetto di ragazzini, vedi in loro una mancanza di coordinazione, non sanno correre, non hanno elasticità e tutto questo comporta un maggiore sacrificio per approcciarsi al mondo dell’atletica e se non hai la determinazione a voler continuare comunque, ti allontani. Noi eravamo più selvaggi, randagi, sempre per le strade a giocare.

A interrompere la tua carriera sportiva c’è stato un lungo stop. Anni in cui hai dovuto lottare con i disturbi della condotta alimentare. Pensi che l’atletica abbia influito nell’insorgenza di tali problematiche? Se sì in che modo?

I disturbi alimentari mi hanno segnato molto sia nel mondo dello sport che nella vita privata. Nello sport sicuramente avrei potuto togliermi molte soddisfazioni ma purtroppo ho dovuto rinunciare, primo perché fisicamente non avevo più le forze per affrontare certi allenamenti, sia perché la mente era entrata in un tunnel dove il solo pensiero era diventato il cibo e il peso. L’atletica comunque non è stata la causa dei miei disturbi, altre problematiche hanno provocato l’insorgenza della malattia.

È stata dura dover lasciare lo sport o eri talmente assorbita dalla malattia che avevi perso interesse persino per la corsa?

In realtà anche durante la malattia ho continuato a correre da sola ma per il solo scopo di perdere peso, pensa che andavo a correre in estate alle ore di punta con i calzoni lunghi e le maglie di lana, potassio quasi a zero, ho rischiato tanto ma non ci pensavo il mio obiettivo era perdere peso. Mi ha pesato tanto dovermi allontanare dallo stadio, dal gruppo e dalle gare, avevo la malattia che mi assorbiva ogni ora delle mie giornate un pensiero fisso, purtroppo. Ricordo che mi ero allontanata da tutti, passavo il mio tempo da sola, sola con i miei pensieri con il mio scopo da raggiungere ad ogni costo, che poi non raggiungevo mai perché pretendevo sempre di più.

Com’è stato, invece, ritornare a correre? Hai mai temuto che lo sport avrebbe potuto farti ricadere nei disturbi alimentari?

Tornare nel mondo del podismo non è avvenuto per caso: dopo un percorso terapeutico ho capito che era arrivato il momento di ripartire, premetto che la malattia non mi aveva ancora abbandonato, però ero determinata a ricominciare e convinta che grazie alla corsa sarei anche riuscita a superare la malattia. Ho avuto ragione e con tanta forza mentale e fisica l’ho sconfitta. La corsa sicuramente mi ha aiutato, ho scelto il momento giusto, ma solo dopo aver fatto una terapia giusta.

C’è qualcosa che pensi che la malattia ti abbia portato via? Cosa rimpiangi?

Mi ha portato via gli anni più belli, gli anni spensierati dell’adolescenza quelli che non tornano più (avevo 14/15 anni quando iniziarono i primi sintomi). Le mattate che fai a 18/20 anni con gli amici, rinunce a posti di lavoro importanti perché secondo me non compatibili con la mia malattia. “LEI” mi ha dominato e condizionato per molti anni, 40 anni fa non era ancora così conosciuta, quindi l’ho trascurata per parecchi anni: non volevo aiuto da nessuno, i miei genitori mi portavano dai medici ma rifiutavo tutto, così avevo deciso e così doveva essere.

Tutto è bene, quel che finisce bene: sei tornata a correre e nel 2008 hai incontrato Massimo Santucci. Quanto è importante avere un allenatore, una guida nella corsa anche se si pratica solo a livello amatoriale?

Nel 2008 pronta e determinata a voler ricominciare seriamente, premetto che il disturbo alimentare esisteva ancora ma la mia testa ragionava in modo diverso, ritrovai alcune tabelle di allenamento e cominciai a seguirle. Destino volle che ritrovai Massimo, al tempo allenava un ristretto gruppo di atleti, ci trovavamo allo stadio sempre il martedì e giovedì e con lui ho iniziato a fare le cose sul serio, a migliorare, a ritornare alle gare e a farmi conoscere in un ambiente a me nuovo visto che venivo dalla pista.
Massimo oltre ad essere un allenatore è diventato un vero amico (ci conoscevamo già da ragazzini allo stadio ma lui era di un livello superiore). Mi confidai con lui sulla malattia, era giusto che sapesse e grazie alla terapia, alla corsa e a tanta forza di volontà e testardaggine sono riuscita a venirne fuori, l’incontro con Massimo mi ha aiutato tantissimo.

Dopo il tuo ritorno che cambiamenti hai riscontrato nel mondo podistico? C’è qualcosa del podismo attuale che non ti piace? E qualcosa che ritieni migliore rispetto all’epoca?

Al tempo l’atletica che praticavo era su pista, un mondo diverso, poche erano le gare su strada che correvo.
Affrontare il podismo su strada mi ha subito rapita, mi ha affascinata, ho ritrovato atleti che anche loro si erano buttati sulle corse podistiche. Rispetto al passato sono cambiati i modi di allenare anche se i principi restano gli stessi: tabelle personalizzate con il sostegno di esperti nutrizionisti, massaggiatori, posturologi, mental coach; è cambiato l’abbigliamento degli atleti, una volta con un paio di scarpe ci facevi tutto, avevamo solo quelle e le chiodate, ma solo dopo aver raggiunto l’età per poterle indossare e quando erano finite ne compravi un altro paio e quelle erano. Non avevamo indumenti tecnici, termiche, cronometri sofisticati: la pista era il nostro metro di misura e i percorsi esterni erano collaudati e misurati da quelli che lo facevano da sempre e sapevano la misurazione esatta. A volte ci troviamo a parlare con Massimo dei “nostri tempi” la cosa che ci appare più evidente è che prima gli atleti correvano più forte, non per fare retorica, ma con i tempi che ora si vincono le gare, al tempo non riuscivi ad entrare nelle prime 20 posizioni.
Sono solo pareri personali, discorsi da bar, non me ne volere.

Se tu potessi tornare indietro con l’esperienza attuale quali errori che hai commesso durante la tua esperienza sportiva eviteresti?

A parte la malattia che purtroppo è capitata e non me la sono andata a cercare, penso che mi sia mancata la convinzione di potercela fare, non ho mai avuto fiducia in me stessa, non ero determinata.
Sì, mi allenavo, facevo le gare ma se per caso capitava che potevo fare meglio dell’avversaria dentro di me dicevo “ma che fai quella è più forte non ce la puoi fare” e non ci provavo neppure.
Mi prendevano in giro i compagni di allenamento alla fine delle gare, dicevano che arrivavo ancora fresca come quando ero partita, sembrava che non avessi neppure faticato. Con la testa e l’esperienza non avrei commesso quell’errore e ci avrei provato di più, la testardaggine non mi manca.

Dopo argomenti forti, alleggeriamo un po’ i toni: c’è un ricordo, una sensazione, un momento di estremo benessere o libertà che hai provato quando sei tornata a correre? Racconta!

Un momento importante ancora vivo nella mia mente è il giorno che ho realizzato di essere guarita!!
Eravamo partiti per Barcellona per correre la Maratona, una delle tante gite che organizzava Massimo.
Alcune settimane prima ero stata dal nutrizionista che avendo riscontrato un calo eccessivo di massa magra mi aveva tassativamente vietato di correre, avvisando pure Massimo che non avrei potuto più allenarmi fintanto che non avessi ripreso la massa magra. Ormai il viaggio era programmato, a Barcellona ci andai rassegnata a non poter correre, ma non so per quale motivo, forse perché era la prima volta fuori casa da sola, forse per la compagnia, la città, la voglia di correre che mi era stata negata “come neve al sole” (così mi diceva sempre la mia dottoressa), da lì io non ho più avuto l’ossessione del cibo, ero guarita, difficile da spiegare ma è stata una sensazione di libertà che non provavo da anni, di vita normale, una gioia infinita, finalmente ero tornata a vivere!! Per farla breve, in accordo con Massimo il sabato prima della maratona, all’Expo, presi il pettorale e la domenica corsi anche io la Maratona promettendogli che l’avrei fatta con tutta tranquillità e così fu. Una Maratona dove ancora oggi ricordo ogni dettaglio del percorso tanto l’ho voluta assaporare e rivivo col pensiero tutte le emozioni che ho provato ogni km percorso.

Data la tua esperienza, cosa vorresti consigliare ai runner più giovani?

La corsa è un mondo a sé, ti deve rapire e allora è amore a prima vista. I sacrifici sono tanti perché la corsa richiede impegno, costanza e voglia di mettersi in gioco. Sfide continue, obiettivi da raggiungere che solo quando ti entra dentro capisci che non vuoi più abbandonarla. I ragazzi/bambini di oggi, a mio parere, dovrebbero essere coinvolti a piccoli passi, con giochi, divertimento e prove tecniche che sono importanti a livello atletico, ma che allo stesso tempo riescono a farti entrare nel mondo della corsa quasi per gioco. Deve essere bravo il preparatore a trasmettere queste fasi importanti ai ragazzi.
Se il ragazzo riesce ad apprezzare e far sue questa esperienze penso che col passare del tempo se ne innamora e sarà disposto ad accettare pure i sacrifici che la corsa pretende.

Grazie dell’opportunità che mi hai dato per raccontare un po’ di me.

Liza Bellandi

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