Incontro con Olimpio Paolinelli

Da tempo volevo andare a trovarlo e finalmente è arrivato il momento. Parlo di Olimpio Paolinelli e chi l’ha conosciuto non può non ricordarselo. Uomo di un carisma unico. Una saggezza profonda. Una vita piena di due vite. Un vero maestro da cui attingere a piene mani.

È lui e sarà sempre lui la vera anima del G.S. Orecchiella Garfagnana. Colui che ha creato le basi ed ha diretto la società con il suo piglio inconfondibile.

Dopo aver fatto il professionista nel ciclismo ha trovato la corsa vicino ai 40 anni. Subito i risultati ed a 40 anni la maglia azzurra in maratona. Maratona e montagna erano i suoi terreni di battaglia, ma andava bene ogni tipo di gara. Dice: “Non ero veloce, nei 10000 non sono mai andato sotto i 30 minuti.” (Personale però 30’02”)

Qualche domanda. Ascoltiamolo.

Come è nato il G.S. Orecchiella Garfagnana?

Il Dottor Poggi (Laureato a Firenze in Scienze forestali, entra nel Corpo Forestale dello Stato nel 1955 ed è assegnato all’Ispettorato ripartimentale di Lucca, città di riferimento per la sua carriera professionale, nonostante i molti incarichi nel tempo ricoperti) volle creare il gruppo sportivo Orecchiella Garfagnana ed ebbe la forza di costituirlo nel 1968. Nel giro di poco diventò una squadra fortissima in campo nazionale. Il Dottore voleva solo vincere ed aveva la capacità di attrarre gli atleti toscani più forti. Abbiamo fatto
trasferte memorabili, divertenti e vincenti. In gara eravamo solidissimi. Sempre a lottare senza freni.

Parliamo di te. Qual era il tuo approccio mentale pre gara?

Prima di una competizione ero tranquillo. Non dovevo fare niente di diverso quel giorno. Solo correre come tutti gli altri giorni. Ci sono stati atleti che nei test mi arrivavano davanti, ma in gara perdevano la testa e li battevo.

Avevi un regime alimentare particolare?

Non attuavo nessun piano in particolare. C’erano le varie dissociate, ma alla fine non facevo grande attenzione a cosa mangiare, se non quella di immettere le energie necessarie, non di più. Pensavo che dovevo andare veloce, ma esaurire la benzina subito dopo il traguardo per non avere in gara peso inutile. Ecco, il mio principio era quello. Anche per una cronoscalata consideravo il tempo di gara e di conseguenza immettevo energie sufficienti per coprire la gara, non oltre.

Ci parli dei tuoi allenamenti?

Correvo in base alle sensazioni. Facevo corsa veloce o lenta, corta o lunga a seconda del grado di freschezza. Spesso sono tornato a casa dopo pochi minuti dall’inizio della seduta, se le ripetute venivano lente inutile insistere, sarebbe stato un allenamento che non avrebbe portato alcun beneficio, ma solo stancato. Facendo gare lunghe e corse in montagna pensavo ad allenare la fase veloce che non facevo in gara. Utilizzavo ripetute sui 100 e sui 400 metri, raramente più lunghe. Per capire se ero in condizione lo valutavo da una sorta di corto veloce. Quel mezzo lo utilizzavo spesso. In genere 3 km alla massima andatura possibile.

Parliamo di rivalità: i toscani che andavano a vincere al nord come erano accolti?

All’inizio quando si andava al nord per la corsa in montagna non ci prendevano sul serio.. alcuni dicevano “arrivano quelli degli ulivi” ed anche “come fate ad andare forte in montagna che non avete le montagne vere in Toscana?” Ma hanno constatato presto il valore dei toscani. Abbiamo vinto ripetutamente titoli italiani, classiche anche all’estero e raggiungendo con più elementi la maglia della nazionale.

Tra i compagni di squadra che ti ha più impressionato?

Ho corso con tanti atleti talentosi, Pozzi era uno di quelli. Di piccola statura, aveva una carica inesauribile. Era davvero fortissimo, volava su ogni tipo di terreno e distanza fino ad andarsi prendere il titolo italiano giovanile di corsa campestre. Era sempre vivace e simpatico, un giorno dopo aver battuto tutti disse: “alti e deboli, vi ho tirato giù tutti”.

Qual è la gara più bella a cui hai partecipato?

Ce ne sono troppe per sceglierne una. Alcune tra le più affascianti si svolgevano sulla dorsale del Carega nelle Prealpi Venete ed altre sul Monte Ortigara teatro di sanguinose battaglie durante la guerra. Erano gare piene di qualità e di sfide sempre appassionanti.

Qual è stata la gara dove sei andato più forte?

Anche a questa domanda non è facile rispondere. Se devo fare una scelta opterei per la Scalata dello Zucco nel comune di San Pellegrino Terme in Val Brembana. Era una competizione di circa 8 km molto impegnativa. Da una settimana non correvo, ero in ferie con la famiglia. Mi venne a prendere il Dottor Poggi e dopo qualche discussione con mia moglie partimmo. Passai la notte senza dormire. In gara il ritmo fu subito alto. Presi un discreto vantaggio sin dall’avvio. Quando iniziò il tratto duro inserii la marcia più alta e vinsi con grande margine e segnai il record della gara che rimase nel tempo. Andai davvero forte e gli avversari non mi perdonarono più di tanto..ma si andava per vincere, non contava altro.

La differenza nella corsa tra ieri e oggi?

Adesso gli atleti, anche quelli di livello medio e basso, sono seguiti attentamente sia per i piani di allenamento, ma anche nutrizionali ed altro. Sono un po’ tutti dei professionisti. Prima c’era più improvvisazione ed emergeva solo chi aveva davvero talento.

Come hai vissuto l’ultima parte della carriera?

Bene. Ho mantenuto a lungo una buona competitività. Poi avevo la fortuna di avere giovani leve molto forti in squadra ed anche in staffetta pensavano a tutto loro, per me bastava controllare per portare a casa il successo.

Olimpio ed il suo sguardo. Quegli occhi che ti abbracciano con vigore e quel sapere che cattura. Non smetteresti mai di ascoltarlo. Le sue parole sono un fiume sereno, sono bellezza.

Massimo Santucci

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