La Gazzetta di Clara – Marathon Storytelling 6

LA GAZZETTA DI CLARA

79_10 26 Ottobre 2025

Mandorla, Emma e Anna erano insieme a mamma e papà: mi avrebbero aspettata ai chilometri 2, 7, 14, 28 e 41.
La squadra genovese, insieme a Davide, sarebbe stata presente ai chilometri 17, 36 e di nuovo al 41. Le ragazze e i ragazzi della mia società erano muniti di bici e ci avrebbero seguiti, aspettandomi quattro o cinque volte lungo il percorso. Le formazioni erano schierate e l’adrenalina scorreva già nelle vene. Il piano era semplice e chiaro: mantenere un ritmo costante, una media di 4:10 al chilometro, e restare nel gruppo insieme a due compagni dello Spirdion, passo dopo passo, lasciando che la regolarità facesse il suo lavoro fino al traguardo.  La mia tensione era alle stelle, come non la sentivo da tantissimo tempo. Allo stesso tempo avevo un gruppo che mi dava forza. Già dal primo chilometro sentivo tantissime voci familiari: correre in casa è un grande vantaggio.

Il mio sguardo era rivolto al futuro, concentrato e determinato. Lara e io, fianco a fianco, ci nascondevamo davanti a Till e Timo. Le mie gambe correvano e la mia testa cercava di restare serena. Come acqua torrenziale scivolavamo fra argini rumorosi. Le mie orecchie riconoscevano le urla familiari, il mio cuore era pieno e fluiva da chilometro a chilometro.  Passavo nei miei posti preferiti e, con gli occhi pieni di gratitudine, vedevo cartelloni con il mio nome. L’euforia ci fece partire troppo forte anche se nella prima metà il vento era contro. Io rimanevo nascosta. La mezza maratona passò in meno di 1h27. Ormai stavamo per arrivare al punto più lontano del percorso, per poi affrontare la curva che ci avrebbe portato sulla fatidica Mainzer Landstraße: cinque chilometri di rettilineo per tornare in città. Una strada temuta da molti podisti, ma non quel giorno. Quella volta il vento era a favore e, con 30 chilometri nelle gambe, sarebbe stato un grande aiuto. Così fu sicuramente per me.

Dopo una sensazione di leggerezza e una spinta al chilometro 26, al chilometro 28 iniziai a sentire la maratona e al 30 cominciai a perdere qualche metro dal mio gruppo. Ora si iniziava davvero a correre. Ora iniziava la gara.  Il mio bicipite femorale sinistro cominciava a frenarmi. Era una questione di concentrazione e mentalità. “Forza Clara, brava”, mi ripetevo confidente. Till mi aspettò, mi parlò con fiducia; gli spiegai che avevo bisogno di lasciare qualche metro, ma che sarei rimasta con loro. E così fu. Al chilometro 35 ero di nuovo attaccata e, con grande sorpresa, vidi Giada, che avevo mancato di poco al chilometro 5, e che ora mi aspettava in un punto dove non l’avrei mai immaginato. Poi il chilometro 36 e tutta la mia squadra genovese in curva: li avrei abbracciati tutti. La strada era ancora lunga e ora si rientrava in città, fra il vento dei grattacieli. Iniziai a perdere ancora più metri dal mio gruppo. Presi l’ultimo gel. Stavo lottando, concentrata sul mio ritmo, attenta al respiro. Al chilometro 39 pensavo che quel vento potesse sollevarmi: anche se agiva contro di me, cercai di buttarmici contro, lasciando che mi sostenesse.  Seguirono una curva a destra e una a sinistra, una dopo l’altra. Infine, con sorpresa, rividi il mio gruppo, ormai a pochi metri di distanza. Non mi lasciai impressionare e continuai fino al ristoro del 40, dove decisi di non bere. Passai il mio gruppo e aumentai il passo. Improvvisamente ritrovai le forze. Mancavano solo due chilometri e sapevo che la media dei 4:10 era centrata. Rimanevano pochi metri e solo più tre curve.

Al chilometro 41 mi aspettavo di vedere Giada, come stabilito, e invece no. Mandorla era in mezzo alla strada, che mi incitava e iniziava a correre al mio fianco. Anziché passarla volando, il mio corpo di colpo si annebbiò: le gambe diventarono pasta frolla e le forze mi abbandonarono. Il mio angelo custode si fece più vicino, incredulo di vedere dal vivo una scena da film. Il respiro andò in mille pezzi e la corsa divenne cammino. Lei iniziò a sorreggermi.  Vedevo l’arco bianco poco prima dell’arrivo, annebbiato. Entrammo nel canale finale, sbarrato da transenne, per accedere alla sala da concerti con il tappeto rosso e le luci stroboscopiche. Mi lasciai andare e ripresi a correre come nei primi metri di gara. Dopo aver percorso l’ultimo chilometro in sette minuti, entrai nel rettilineo finale sentendo lo speaker che diceva: “State correndo sotto le tre ore”. Tutto il resto erano luci e rumori.  Infine, uno sguardo conosciuto mi aspettava al traguardo, feci un segno alle persone dei soccorsi e in due secondi sentivo già che la barella mi stava portando via. Chiusi gli occhi. Seguì un’ora e mezza passata ad assumere liquidi, incredula per quanto accaduto.

Nel frattempo il mio orologio si era fermato sulle 2 ore 59 minuti e 30 secondi. Nonostante tutto anche l’obiettivo cronometrico era stato raggiunto. Tre ore dopo ero a casa, a mangiare una torta e a stare con la mia famiglia sorridendo, grata del mio stato di salute. Sapevo che in quel momento potevo solo essere grata di essere lì e di aver bisogno di tempo per capire il mio crollo finale dopo 41 chilometri di testa, cuore e passione.

80_10 + 1: Quando gli avvenimenti diventano parole

Non tutti gli avvenimenti chiedono subito di essere raccontati. Alcuni arrivano con una forza tale da occupare tutto lo spazio disponibile, lasciando poco posto alle parole. Serve tempo, distanza, silenzio. Serve che il corpo faccia il suo percorso prima che la mente possa dare un ordine e una voce a ciò che è accaduto. Ci sono persone che elaborano parlando, altre che hanno bisogno di attraversare l’esperienza in solitudine. Non è una questione di coraggio o di apertura, ma di carattere, di sensibilità, di modo di stare al mondo. Per alcuni le parole nascono subito, per altri arrivano solo dopo aver sedimentato emozioni, dubbi e cambiamenti.

La corsa, per me, è spesso il primo spazio di elaborazione. È lì che gli avvenimenti iniziano a trasformarsi, passo dopo passo, respiro dopo respiro. Solo più tardi trovano la forma giusta per essere condivisi. Ed è così che, passo dopo passo, respiro dopo respiro, Francoforte non è stata solo una gara: è stata un viaggio dentro di me. Solo allora le parole sono arrivate, dense di fatica, di gioia e di ciò che ho imparato. E ora, finalmente, posso raccontarlo.

Clara

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