La fatica ha sempre lo stesso nome. Non cambia volto. Viene, ti prende sottobraccio e ti porta con se. Ti fai sedurre, perché l’intensità ti piace. Hai il desiderio di trovare velocità, di aumentare i giri e di sentirti pienamente vivo.
Quando ne sei dentro vorresti uscirne perché la fatica fa male, ma sei in gara e non puoi scappare o sei in allenamento e non vuoi sciupare la media oppure hai lanciato la sfida ad un compagno e non puoi tirarti indietro.
La fatica ti ha portato con sé e ti ha indotto in trappola.
È una dipendenza che ingabbia, fa male, ne rimani inconsapevolmente vittima.
Ciò che sconvolge però è la sua mano dolce. Fa male, ma ti fa del bene. Quando la tocchi ti bruci, non ne vuoi più sapere. Cerchi il modo per mitigarla, per accettarla, per farci amicizia, ma è ostica come nelle prime corse che hai fatto, proprio come agli esordi.
Passa il tempo ed il suo caratteraccio rimane. In qualche modo ti ci abitui, ci dialoghi, ma è sempre aspra. Ha toni sempre diversi. Difficile metterla in comodi binari.
La mente può tanto ed i metodi anche. Conoscerla è basilare per conviverci, ma il fuoco brucia anche conoscendolo ed è forse questo il vero insegnamento. Conoscere i confini ci dà ordine. Ci consegna le indicazioni per rispettare il nostro raggio d’azione. Saper giocare sul filo è dote stupenda. In equilibrio si può tutto o quasi. Come in un incontro di scherma è un mordi e fuggi.
La strategia è succo dell’esistenza. Comprendere e dosare ciò che siamo e possediamo.
È un pezzo di vita la fatica. Ci tira fuori dal nostro nido, ci chiama allo scoperto e noi ce la giochiamo senza indietreggiare, fieri di farci trovare pronti alla sfida il cui esito avrà poca importanza. È l’esserci l’unica cosa che conta davvero.
La fatica è parte di noi, non possiamo sottrarci e quindi via con coraggio a toccarne le corde. La fatica è crudele e tenera, prima ti mette a terra e poi se ne va per farti godere le vette del piacere.

