“C’è solo una strada giusta, ed è quella davanti a te”

allenamento

 

La 24 h di Basilea

Maggio 2014

Mesi e mesi fa, in ripresa da un lungo e psicologicamente “terribile” infortunio, comincio a cercare una nuova gara da 24 h ove tentare ciò che sembrava diventato impossibile: superare i 200 km nelle 24 h.

E mi imbatto in questa antica e importante gara: la 24 ore di Basilea, organizzata da un gruppo incredibile, gli Sri Chinmoy Marathon Team”, il cui motto è la “self trascendenza”: correre per trascendere se stessi e superare i propri limiti. La loro fama li precede: organizzano gare storiche e impensabili, come la 3100 miglia di New York: 3100 miglia da percorrere in un massimo di 52 giorni, in un circuito di circa 800 metri, nel pieno dell’estate newyorchese, impresa estesa a pochi prescelti… Mi parlano delle loro gare come magiche, dove ogni partecipante è trattato come un re, coccolato, incitato, seguito minuto per minuto da un counter personale, che si preoccupa se ti fermi per più di cinque minuti di venire a cercarti..

Decido di partecipare: ogni aspetto sembra essere perfetto: il periodo, Maggio, con temperature che non dovrebbero essere estreme; il circuito, di 1100 metri, che permette di essere seguiti costantemente dagli assistenti, la città: Basilea, non l’abbiamo mai visitata, sembra interessante!

Il team Tuentiforauar (io e i miei sventurati e da me cannibalizzati assistenti Alessio-mio marito-, e mia sorella Valeria, anche detta “La Sister”) parte agguerrito: cerchiamo di preparare ogni aspetto possibile, e ogni possibile sventura..

Mesi di allenamenti, di andature testate, di notturni lungo le vie dei locali della Versilia fra i nottambuli in giacca e vestitini svolazzanti che ci guardavano strani “O da dove e’ uscita questa?”..

Mesi di tentativi di alimentazione, per lo più fallimentari, con corse in bagno e gare buttate via, fino all’elaborazione di una tabella alimentare certosina che prevede principalmente il mio beverone alla menta a concentrazioni millimetriche, imbevibile ai più, da me adorato perché mi ricorda l’estate e la granita alla menta.

L’ultimo mese mi alleno a dormire poco: riduco le ore di sonno fino ad arrivare ad un massimo di 4-5 per notte, e per la gioia dei miei colleghi mi offro per fare più notti di reperibilità: tutto allenamento!

Elaboro una pretenziosa tabella oraria di km da percorrere, con un target massimo di ben 208 km, e me la stampo in testa.

Prepariamo le buste con i cambi, si va dai pantaloncini cortissimi a quelli lunghi felpati…ci hanno detto che in Svizzera di giorno il sole brucia, e la notte scende gelida…all’ultimo tuffo decido di comprarmi persino una giacca pesante da trekking, pensando che non sicuramente non mi servirà, ma non si sa mai…

Insomma, alla fine arriva il giorno della partenza, siamo pronti.

Siamo concentratissimi: la strada per Basilea è affascinante, siamo circondati da verde, vallate, montagne incantate, ma il pensiero della gara assorbe gran parte dello spazio mentale.

Arriviamo sul campo di gara: la mia concentrazione vacilla un po’: il circuito è un rettangolo perfetto, con curve a novanta gradi, che circondano 8 campi da calcio. Intorno, altri campi da calcio e da beach volley (a proposito, ma quanto giocano questi Basileiani ?). Faccio un respiro e lascio da parte il timore di annoiarmi, sono qui per correre, mica per apprezzare il panorama…eppoi il percorso è perfettamente pari, credo che non ci sia neanche un mm di dislivello, bene!

Lo percorriamo a piedi, e cominciano le sorprese: l’hanno addobbato con girandole, fiori, coccinelle, e soprattutto, degli enormi smile agli alberi, sorrisi ed occhiolini che ci accompagneranno per 24 ore.

L’accoglienza dei Sri Chinmoy è calorosa, e la maglietta che ci danno come pacco gara è esaltante: rosso fuoco, con la scritta : “C’è solo una strada giusta, ed è quella davanti a te”..la prima delle frasi motivazionali che incontreremo..

A Basilea abbiamo prenotato un appartamento, per poter preparare i pasti senza sorprese estere, ma la sorpresa ce la fanno lo stesso: ci troviamo di fronte a un appartamento bellissimo, pieno di luce e dotato di tutti i comfort, con un bellissimo terrazzo sui tetti della città. In quel momento la mia concentrazione vacilla di nuovo: che bello sarebbe godersi la città, bersi una birra fuori guardando il tramonto, fare le ore piccole e tornare ridendo e dormire fino a mezzogiorno. Invece niente! E’ solo un attimo, si torna concentrati.. niente birra, niente ore piccole…andiamo a prendere la Sister alla stazione ferroviaria: si è sciroppata un viaggio in treno per raggiungerci dopo il lavoro, e mi si stringe il cuore: quanto bene mi vogliono questi due per fare tutto questo? Pensiero, questo, che mi tornerà in mente molte molte volte, e che mi obbliga a dare comunque e sempre il massimo.

La mattina della gara scorre veloce, sistemiamo le ultime cose dentro il gazebo e mi presentano il counter personale che terrà conto dei giri fatti (nessun chip è previsto, ma un triplice controllo: l’addetto al video, il counter personale, e l’addetto alla lavagna, che segna manualmente i giri, e ognuno elargirà sorrisi, incitamenti e applausi).

A mezzogiorno lo start, sotto un cielo nuvoloso e fresco.

Parto ripetendomi una frase “io sono una macchina, io sono una macchina”…lo so, sembra folle, ma entro in modalità pilota automatico dal primo minuto, e conduco la gara come un automa: il ritmo è scandito dal mio counter interno, e segue la tabella alla precisione, elimino gli stimoli inutili e faccio passare solo quelli utili (se ho freddo, caldo, dolori ecc) cercando di rispondere subito ed efficacemente ad ognuno di questi. A malapena mi accorgo di ciò che mi circonda, ogni tanto mi sveglio e mi stupisco “o perchè c’è gente con una muta addosso??? Ah si, i campi da beach volley.. fa troppo freddo per il costume!”.

Quando scoccano le prime sei ore mi stupisco: mi sembra sia passato appena un minuto. A far compagnia agli smile sugli alberi, lungo il percorso hanno attaccato cartelli motivazionali, tipo “Il potere del desiderio della tua mente può cambiare il destino del tuo corpo”, oppure “Determinazione determinazione”, “quando corri e ti viene voglia di fermarti, pensa a chi non può correre”. Questi diventano un mantra a cui comincio a credere fermamente, mentre vado avanti senza fermarmi mai. Servono! I cartelli motivazionali servono!

Ero infatti partita con l’idea di non fermarmi mai, cosa chiaramente impossibile, ma voglio correre il più possibile senza stop, quindi bevo, mi alimento, mi cambio le maglie continuando a correre.

All’85° km fermarsi diventa obbligatorio: è calata la sera, e il freddo si fa pungente, devo per forza mettere pantaloni più lunghi.

Seguo la mia tabella di marcia pretenziosa senza sgarrare, mi faccio forza pensando che forse ora sto esagerando, ma che non mollerò, sono una macchina.

Questa convinzione comincia a mostrare tutte le sue falle nella notte fonda: la temperatura crolla a due gradi, il respiro si condensa in aliti fumosi, sento le gambe freddissime, congelate, cerco di continuare a correre ma devo fermarmi di nuovo, devo mettere qualche cosa di più pesante. La Sister, dolcissima, si è spalmata le mani con la crema riscaldante per scaldarmi le gambe, e io, che non sono più tanto lucida, comincio ad avere il terrore che possa strusciarsi gli occhi , creandosi un danno gravissimo, e mi viene da piangere al pensiero.

Il freddo intenso brucia le energie più velocemente del previsto: improvvisamente ho fame. Una fame atavica. Mi sarei mangiata qualsiasi cosa, mi avvento sulle barrette alle mandorle, che si piantano nello stomaco tipo tappo. Il mio stomaco diventa una gigantesca bacinella, non passa più niente, non digerisco, sono senza energie. Cammino, arranco, corricchio, cerco disperatamente di non mollare, di digerire e riprendere energie. Comincio a rimettere. Senza ritegno, in mezzo alla pista, in mezzo ai miei compagni di viaggio che essendo tutti stranieri mi parlano ma io non capisco nulla.

Vedo lo sguardo preoccupato, angosciato di Alessio, ha paura di un nuovo fallimento. E io ho paura per lui, per La Sister che è sempre accanto a me, per Massimo, il mio super allenatore, che ha vegliato sulla mia condizione psicofisica per mesi e per tutta la notte ha partecipato come se fosse stato lì.

Mi coprono, la Sister mi infila la giacca da trekking e poi la sua sopra, che io (comincio a non stare per niente bene di testa) abbandono in mezzo alla pista mezzo giro dopo.

La notte è di nuovo un sogno: ero convinta di essere rimasta lucida, ma ho solo qualche ricordo a sprazzi: lo sguardo sempre più preoccupato di Alessio “No, no, anche questa volta no!” e io che lo rassicuro “questa volta andrà bene, ce la facciamo”; loro due completamente congelati avvolti nelle coperte, nelle sciarpe, che riescono a malapena a muoversi, la Vale coi sacchetti nelle calze, perché è troppo umido e il freddo penetra ovunque, Ale che riesce per un attimo a farmi ridere: “ho provato il tempeh! Ho provato il Tempeh! È buonissimo” (nelle settimane precedenti mi era stato proposto dal nutrizionista il mitico tempeh..e io, non avendo idea di cosa fosse, l’avevo subito etichettato ironicamente “immagino sia una delizia”).. il tempeh? E cosa ci fa il tempeh alle 4 di notte a una 24?

Poi, finalmente, risorge il sole…le mie gambe cominciano a girare di nuovo, riesco a inghiottire qualcosa senza rimettere, ho perso qualcosa rispetto alla mia tabella ma va bene, ce la possiamo fare a superare i 200 km.

Le ultime ore non vedo niente, non so come sono in classifica, non me ne importa nulla in realtà, l’importante è macinare quanti più metri possibile, anche se ad andatura da lumaca.

L’ultima ora è un delirio, ho un polpaccio che mi ha salutato definitivamente, zoppico, ma voglio la bandierina dei 200, tanto, penso, “corri ora, che per un po’ non correrai più!!”..alterno corsa e cammino, è tutto un vorticare..mi vengono incontro con un cartello “Personal best”, mi applaudono, mi baciano, li fermo (“puzzo, dai non mi baciate”), festeggiamo, la bandiera è pesantissima e non so come fare a portarla, mi incitano a fare un altro giro, e un altro ancora.

Quando è di nuovo mezzogiorno abbiamo corso per 204 km e qualche centinaia di metri.

Sono felice, commossa, piangiamo un po’ tutti insieme, mi passano Massimo al telefono e sentire la sua voce rotta dall’emozione mi fa sentire che squadra che siamo.

Ho sempre amato la corsa perché mi regalava momenti di solitudine e orgoglio nel contare solo sulle mie forze, la 24 h mi ha insegnato a contare sugli altri, a fidarmi, e a condividere… perché in una 24 da soli non si va mica tanto lontani…

Poi, poco importa che non sono neanche riuscita a salire sul palco per la premiazione, che il mio stomaco abbia lasciato un “ricordino” sulle scarpe del dottore, che sia crollata semi svenuta in un assolato parcheggio prima di ripartire…è stato comunque un bellissimo viaggio…

Laura

 

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