Emozioni da Firenze


…e comunque, sarà vero che “gli occhi di marmo del colosso toscano guardano troppo lontano”, ma io, per 42 lunghissimi chilometri, ho continuato a “riempire cartelle di sogni”; gli stessi sogni che insegui quando prepari una maratona, quando ti innamori, quando sei in attesa di qualcosa di veramente importante…

“Firenze lo sai non è servita a cambiarla
 La cosa che ha amato di più è stata l’aria
 Lei ha disegnato ha riempito cartelle di sogni
 Ma gli occhi di marmo del colosso toscano guardano troppo lontano”

Non ricordo quanti anni fa il grandissimo Ivan Graziani rendeva omaggio a Firenze cantando queste parole;

ebbene domenica scorsa Firenze mi ha un pò cambiato, la cosa che ho odiato di più è stata l’aria, ma per più di 42 chilometri ho continuato a riempire cartelle di sogni.

Voglio iniziare dicendo che non ho raggiunto il mio obiettivo: fra il 24/mo ed il 25/mo chilometro la mia gamba destra ha deciso che non era più il caso di continuare a quei ritmi, permettendo ai pace delle tre ore di filare via anche senza di me, lasciandomi per un paio di minuti dolorante ed incerto se tornare in albergo o proseguire, ma permettendomi poi di finire al piccolo trotto con un onestissimo 3.14.47.

Ma nel momento in cui mi sono reso conto di potere terminare la gara nonostante il dolore, in quel preciso istante è iniziata la parte migliore della mia domenica.

Firenze mi ha cambiato: per 17 chilometri, quelli finali, sono riuscito a distogliere lo sguardo dal cronometro, dai calcoli, ho smesso di preoccuparmi che il minimo segnale di affaticamento o dolore potessero compromettere il responso cronometrico, ho alzato lo sguardo dall’asfalto e ho cominciato a divertirmi sul serio: le Cascine, il Lungarno e poi, maestoso, imponente ed autoritario, il centro storico di Firenze, i brividi procurati dall’entusiasmo della sua gente, la bellezza delle sue strade, la commozione vera all’ingresso in Piazza della Signoria e poi, liberatorio e regale, l’arrivo in Piazza Santa Croce.

Intendiamoci, lo sconforto legato al responso cronometrico ed ai guai fisici resta, ma la gara di domenica mi ricorda la mia prima 42, a Milano nel 2004: quella volta non smisi mai di guardare ed ammirare la città, finalmente libera dal traffico, all’arrivo lacrime e sorrisi sapevano entrambi di commozione e felicità; forse ho riacquistato il gusto di vivere la maratona nella maniera più genuina, ho ripreso ad assaporare la gioia di finire, con qualsiasi tempo, ma finire! 

La cosa che ho odiato di più è stata l’aria, uscendo dall’albergo non ho smesso un attimo di odiarla: freddo (non so per gli altri, io sono siciliano…), cielo plumbeo, la pioggia che quando cominci a correre si congela addosso, la discesa piena di foglie insidiose; il clima sembrava respingere quei 9000 fantastici forsennati, disposti a subire di tutto pur di non mollare!

E comunque, sarà vero che “gli occhi di marmo del colosso toscano guardano troppo lontano”, ma io, per 42 lunghissimi chilometri, ho continuato a “riempire cartelle di sogni”; gli stessi sogni che insegui quando prepari una maratona, quando ti innamori, quando sei in attesa di qualcosa di veramente importante.

Un piccolo cenno alla gente di Firenze, che i miei occhi siciliani spesso giudicano un pò fredda e distaccata: probabilmente un errore enorme, perchè domenica ha dato una grande prova di amore, calore ed entusiasmo nei confronti della Maratona, dei maratoneti, dello sport, della città, della vita. Bravi, veramente grandi!

Reso il giusto, doveroso e sincero omaggio alla città di Firenze, un omaggio alla mia terra, alla mia città, Palermo, ed alla voglia di non lasciarla mai:

“Io sono nata da una conchiglia” diceva
“La mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare”

Maurizio Fragale

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