La Gazzetta di Clara – Marathon Storytelling 4/5

LA GAZZETTA DI CLARA

75_Doppio pettorale

Il 4 agosto segnò l’inizio ufficiale della preparazione: un programma di 12 settimane per la maratona, immediatamente a valle dei 14 giorni trascorsi tra il Giura e la Baviera.

Il 17 agosto ebbi la brillante idea di proporre al mio allenatore una doppia gara-allenamento. Avevo già osservato più volte persone affrontare due gare nello stesso giorno come doppio allenamento, di solito però una 10 e una 5 km. Quella volta la mia testa pensò: “Se mi alleno per la maratona, posso fare anche una mezza e una 5 km.” Confesso che in quel momento, presa dall’entusiasmo, non avevo fatto i conti. Solo dopo aver preso la decisione capii che sarebbe uscita una domenica da 38 km.

La sorte volle proteggermi: in fase di iscrizione i pettorali finirono quando io non mi ero ancora iscritta. Così non potei partecipare alla gara scelta. Davide, la roccia presente al mio fianco mi sorresse: “Farai comunque il tuo allenamento, ma lo faremo qui a Francoforte e ti seguirò in bici.” Questa scelta, maggiormente flessibile, ci permise di lasciare spazio sufficiente fra i due allenamenti, mentre in gara avrei avuto solo due ore di pausa fra una distanza e l’altra. La mezza fu entusiasmante. Il tempo era all’incirca quello che sarebbe diventato il ritmo maratona (4:10) e il percorso in foresta prevedeva 100 metri di dislivello. Fu una danza: collegare tutte le vie ormai conosciutissime, un passo tra un incrocio e l’altro, la mappa nella mia testa e il corpo gioioso e ubbidiente. I 5 km pomeridiani furono una sorpresa. Cambiammo luogo e andammo in un parco. L’obiettivo era vedere cosa fosse ancora possibile, cercare un ritmo costante che fosse in quel momento, massimale. Dopo un chilometro mi sentivo già al limite, e l’orologio mostrava 3:45: il ritmo che volevo, ma la sensazione sperata era un’altra. L’unica cosa da fare era mantenere la concentrazione. Davide, questa volta, era sceso dalla bici e aveva deciso di aiutarmi correndo. Fu una salvezza, un traino indispensabile che regalò tanta fiducia al mio sguardo proiettato verso l’infinito e oltre. Seguivo passo dopo passo, e come piace a me, mi affiancai sentendo la sua vicinanza sicura. Mancava ancora un chilometro e qualcosa bruciava dentro di me, ma non sapevo cosa. La testa rimaneva lucida, pensando alla postura, al ritmo composto e a un dolce sorriso. Alla fine la corsa si concluse in 18:30. Tra un abbraccio e tanta sorpresa, avevo vissuto una di quelle giornate che riempiono il cuore e che porterò sempre con me.

76_Gambe leggere, piastre veloci

Quest’anno non ho approfondito solo il tema del rifornimento durante la corsa, ma anche quello delle scarpe. Dopo tanti anni in cui ero rimasta lontana dalle trasformazioni e dai progressi della tecnologia, decisi che volevo provare le piastre in carbonio per capire sulla mia pelle cosa significasse davvero. La scelta della scarpa fu lunga e complicata. Sensazioni e materiali erano completamente nuovi. Ai primi passi mi sembrava quasi di non aver mai corso: un’esperienza diversa, quasi estranea, eppure presente sul mercato già da anni. Per potermi fare un’opinione, bisognava conoscere, e non volevo più restare solo a guardare. Feci tante prove fino a trovare un modello che mi offriva spinta e stabilità allo stesso tempo. Sentivo una spinta continua, come se una molla mi proiettasse in avanti, sul punto di prendere il volo.

La paura di un possibile infortunio continuava a farsi sentire, ma la fiducia nel lavoro di rinforzo muscolare mi aiutò a fare questo passo. Nei primi allenamenti mi sentivo troppo alta e distante dal suolo e non ero ancora del tutto convinta della scelta. La prima gara cambiò completamente la mia opinione. Era una mezza maratona su asfalto, articolata in quattro giri all’interno di un percorso nel bosco. Al solo pensiero dei tanti giri non ero molto entusiasta, eppure la gara fu magica. Partii con l’obiettivo di chiudere intorno a 1h24 e arrivai al traguardo in 1h22’08’’, correndo in progressione. Le gambe erano leggere, come se sotto di loro ci fossero delle ali. Mi sembrava incredibile. Che cosa avevo ai piedi? Dov’era la stanchezza?

Il giorno dopo, lo ammetto, la fatica si fece sentire. Ma quel giorno — e anche nella gara di 10 km tre settimane dopo, chiusa sotto i 37 minuti — avevo davvero sperimentato in modo molto positivo le sensazioni legate a questa nuova tecnologia che sta rivoluzionando il podismo del XXI secolo.

Saltellare tra chilometri e sensazioni significò scoprire che il corpo può fare più di quanto ci si immagini: quando mente e gambe trovano fiducia, il passo diventa leggero, la fatica si trasforma in adrenalina e la velocità smette di spaventare, iniziando a sorprendere.

Clara

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