Ci troviamo a Roma. Anno 1960.
Sono le prime Olimpiadi dell’Era Moderna organizzate dal nostro paese.
Ci dirigiamo ai blocchi di partenza della gara dei 200 metri.
Tra i finalisti c’è un ragazzo torinese di 21 anni.
Corre in calzoncini ed occhiali da sole. Forse non sa nemmeno lui che, fra poco più di venti secondi, avrà gli occhi di tutto il mondo addosso.
Infanzia, studio e primi allori
Il ragazzo, il protagonista della nostra storia, è nato a Torino il 19 maggio 1939.
Ha un’infanzia non facile in un contesto molto delicato: spirano tremendi venti di guerra.
L’Italia, come tanti altri paesi, si sta preparando, suo malgrado, al secondo – sanguinoso – conflitto mondiale.
Nonostante i primi anni di vita caratterizzati da molte difficoltà, Livio si mostra sin da ragazzo una persona estremamente brillante; studente superiore al liceo Cavour di Torino consegue, poi, la maturità a Formia: comune in provincia di Latina dove si era trasferito in seguito.
Si avvicina presto all’atletica e diventa un atleta di livello nazionale.
Attira gli occhi interessati del mondo su di sé quando, in occasione delle Universiadi di Torino 1959, fa tripletta di ori: 100, 200 e la staffetta 4×100.
L’inizio del sogno
Berruti si presenta alle Olimpiadi “in casa” in grande forma. Gareggia nei 200 metri e nella staffetta 4×100 dove sfiorerà la medaglia (quarto posto) insieme a Sardi, Cazzola e Giannone.
Noi ci concentreremo nella prova più cara al velocista.
La scalata verso la finale è lunga e piena di insidie. Livio si aggiudica la sua batteria (la settima delle dodici in programma) in 21 secondi ed il proprio quarto di finale in 20.8.
Il torinese c’è. Eccome se c’è.
3 settembre 1960: due sprint da enciclopedia
Se non era tra i favoriti ai nastri di partenza, lo diventa dopo aver tagliato il traguardo della semifinale. Sono le 15:45 quando l’Olimpico di Roma viene scosso da un boato.
Berruti fa fermare il cronometro a 20.5. Incredibile: Primato Mondiale eguagliato, nuovo Record Olimpico e nuovo Record Europeo.
Non è finita qui. Ore 18:00 dello stesso giorno. È il momento della finale.
Il pubblico freme; un’agitazione palpabile e contagiosa.
Berruti è in quinta corsia (bisogna tenere presente che lo Stadio Olimpico all’epoca aveva solo sette corsie).
Start! L’italiano non parte: decolla. Questa straordinaria partenza lo pone già in testa al termine della curva. L’azione dell’americano Carney si fa sempre più insidiosa metro dopo metro fino ad agguantare quasi l’atleta azzurro che, però, resiste ed è primo per un battito di ciglia nei confronti dello statunitense (20”5 Berruti, 20”6 Carney).
Una prestazione destinata a restare nella storia delle Olimpiadi
L’Olimpico è una bolgia. È la prima volta che questa prova (parliamo di Giochi Olimpici) viene vinta da un atleta europeo, interrompendo il dominio nordamericano.
Il ragazzo che ha corso con gli occhiali da sole si è preso il proscenio diventando uno dei simboli di quell’edizione capitolina.
Inoltre, sarà il primatista mondiale di questa specialità sino al 1963.
Un esempio da seguire
Diverrà per tutti “l’angelo” per la leggerezza della sua falcata e per la grazia che lo ha contraddistinto nelle sue corse verso record, gioie e trionfi.
Come detto in precedenza, persona versatile ed estremamente brillante si laureerà in chimica all’Università degli Studi di Torino.
Sicuramente un modello: dentro e fuori una pista d’atletica.
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