
Schwazer: “Ho sbagliato volevo andare più forte”
Alex Schwazer, 28 anni, la medaglia d’oro nella 50 km olimpica di Pechino è certamente il successo più importante della sua carriera
Positivo all’Epo il campione olimpico in carica nella marcia: è reo confesso Carriera finita, rischia due anni di stop e l’espulsione dall’Arma dei Carabinieri
GUIDO BOFFO
INVIATO A LONDRA
Alex Schwazer, almeno lui, ci risparmia il solito teatrino di sdegno: «Ho sbagliato, la mia carriera è finita». Peggio che finita, si è conclusa con infamia alla vigilia della gara in cui avrebbe dovuto difendere il titolo olimpico della 50 km di marcia. Il ventisettenne altoatesino è stato trovato positivo all’eritropoietina nel corso di un test a sorpresa effettuato lo scorso 30 luglio a Oberstdorf, dove abita e si allena la sua compagna, la pattinatrice Carolina Kostner. E’ reo confesso ancora prima di essere interrogato dalla procura antidoping (rischia due anni di stop), subirà un procedimento disciplinare dall’Arma dei carabinieri, per i quali è tesserato ed è stato scaricato dallo sponsor Ferrero: «Ho fatto tutto da solo, di testa mia. Mi assumo ogni responsabilità, volevo andare più forte ai Giochi». La scorciatoia della chimica l’ha portato in un vicolo cieco. E così l’unica nostra vera speranza di medaglia nella disciplina regina dei Giochi è stata spazzata via alle cinque del pomeriggio da una nota del Coni: «Abbiamo ricevuto una notifica di esito avverso per un controllo antidoping effettuato dalla Wada…». La comunicazione era arrivata due ore prima, un doccia gelata su tutto il movimento. Quindi la decisione di Petrucci: «Esclusione immediata dalla squadra olimpica». A Schwazer è stato stracciato l’accredito e annullato il biglietto per Londra, dove era atteso giovedì. E a questo punto anche la decisione di saltare la 20 km per un’influenza viene riletta tra mille dubbi e un grande sospetto: voleva sottrarsi ai controlli? Ora, al suo fianco, resta solo Carolina. Lo hanno scaricato tutti, il primo fu Sandro Damilano nel 2010, anche se per motivi diversi. Il nuovo allenatore, Michele Didoni, racconta di quella telefonata nel pomeriggio: «Mi ha chiamato dicendomi che aveva una brutta notizia, il fermato era lui. Gli ho risposto: non hai scuse». Un pasticciaccio brutto alla luce del sole, anche troppo. Quando l’identità dell’atleta dopato è rimbalzata sui siti, la madre ha avuto un malore ed è stata ricoverata al pronto soccorso. «E’ stata una conversazione assurda, continuava a ripetermi: “mi prendo le mie responsabilità”. Ma non capisce che gli effetti di questa vicenda ricadranno su altri, le persone a lui vicine stanno malissimo», dice Didoni, ex campione del mondo a Goteborg nella 20 km. «Io non riesco a far passare moralmente tutto questo, Alex ha 27 anni, sta dando un esempio sbagliato. A questo punto posso solo suggerirgli di crescere e cambiare vita». Ovviamente la tesi del bolzanino («Ho fatto tutto da solo e di testa mia») lascia perplessi. Così come non trovano per ora conferme le voci di un avvicinamento al dottor Ferrari, uno dei medici più discussi in ambito sportivo. Elisa Rigaudo, anche lei medagliata a Pechino, anche lei in gara a Londra, prova «un po’ di pena per Alex, questa è una mazzata sul nostro mondo». Sandro Damilano non vorrebbe parlarne, «per rispetto del ragazzo e di quello che sta passando, se ha confessato vuol dire che è molto provato». Ma ammette di sentirsi «emotivamente coinvolto, fino a tre anni fa sapevamo tutto l’uno dell’altro. Non ci siamo lasciati bene, nemmeno picchiati per la verità, però da allora non ci parliamo più». Lo Schwazer che conosce lui «non aveva bisogno del doping, a Londra avrebbe potuto vincere senza niente. Per la nostra atletica questa è una mazzata, mi sembra ovvio». Damilano adesso allena i cinesi «che fortunatamente non parlano italiano e non capiscono». Non sono gli unici, per la verità.
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