Il piede piatto: riflessioni e curiosità

In linea di massima, l’uomo cittadino, cammina molto spesso su terreni lisci, pianeggianti, con i piedi protetti da calzature. I suoi piedi, o per meglio dire le sue volte plantari, devono fare dei minimi adattamenti, dei minimi sforzi, e i muscoli adibiti al sostegno del piede, finiscono per atrofizzarsi. Si dice non a caso che il piede piatto sia «il prezzo del progresso», gli antropologi già ci annunciano che un giorno, relativamente lontano, l’uomo camminerà su piedi ridotti a monconi. Una teoria, questa degli antropologi, che trova luce a causa della futura atrofia delle dita e la perdita dell’opposizione dell’alluce, funzioni che nella scimmia esistono ancora. Ma non siamo catastrofisti. Non siamo ancora ad un punto del genere e l’uomo, per quanto possa essere civilizzato e i suoi muscoli atrofizzati, riesce ancora a camminare a piedi nudi in spiaggia o su una superficie sassosa. Un ritorno allo stato di natura, è benefico per la volta plantare. Ricordo, come esperienza personale, l’estate del 2011, quando lavoravo come Bagnino di Salvataggio in una spiaggia di Massa-Carrara nella quale c’era una lunga e larga fila di scogli. Non sono mancati in quell’estate, incoscienti che si tuffavano dagli scogli, pescatori che scivolavano, bambini che correvano come Bolt tra i sassi e tante altre cose, che un bagnino deve evitare/prevenire/curare. Tutto questo per dire che in 4 mesi di lavoro in spiaggia mi sono recato numerosissime volte sopra gli scogli, sui quali spesso camminavo a piedi nudi (io, con i piedi piatti!), involontariamente ritornando a quello ‘stato di natura’ che raccomandavo sopra (ovvero più il piede è libero, più riceve stimoli ad adattarsi al terreno senza essere vincolato da calzature, più si potenziano i muscoli atrofizzati, più il piede si ‘risveglia’, è reattivo). Risultato: rimasi sorpreso. Notavo, al tempo, a fine estate, una reattività del piede differente (che notavo si trasformava in beneficio soprattutto per la corsa!) e il mio arco plantare era leggermente più marcato. Cose che non capivo, al tempo, ma alle quali oggi do un peso differente, avendo letto diversi saggi, sui quali rifletto in questo articolo. Attenzione, non vi sto raccomandando di andare domani al mare e mettervi a correre sugli scogli. Un semplice accorgimento, più utile e più umano, può essere camminare scalzi in casa (magari con calze antiscivolo) o premunirsi di camminare 10 minuti al giorno in punta dei piedi. Mi raccomando, GLI SCOGLI NO, non vorrei che qualcuno ci si facesse male. I risultati saranno lenti, ma ci saranno.

Quello degli scogli (o in generale dei terreni sconnessi) fa parte degli adattamenti alle asperità del terreno sulle quali il piede poggia, ma si parla anche di adattamento alle inclinazioni del suolo in rapporto al piede. Qui assume una particolare rilevanza la corsa in montagna. Sebbene sia stato convocato due volte in Rappresentativa Toscana ai Campionati Italiani di Corsa In Montagna di Sondrio e di Udine, non nego che il possedere un piede piatto, poco reattivo, che affondava, sia stato un discreto svantaggio.

Procedendo ortogonalmente a una pendenza trasversale, il piede a valle è in supinazione, quello a monte è in talo-valgismo. Nella scalata, è essenziale un buon ancoraggio del piede a valle in cavo-varismo (perpendicolare alla linea di pendenza) mentre il piede a monte è appoggiato al suolo in flessione massima e nel verso della salita. Da non dimenticare ovviamente la discesa, che alcune volte obbliga il piede ad un atteggiamento di inversione per ottenere la massima aderenza. Tutti atteggiamenti che stimolano il piede ad adattarsi a questo tipo di movimenti, risvegliarsi.

Quindi, per concludere, come il palmo della mano permette la presa grazie a modifiche nella curvatura, dell’orientamento, così la pianta del piede (entro certi limiti), può adattarsi alle asperità del terreno e assicurare il migliore rapporto possibile con il suolo (e chissà, migliorare le prestazioni e prevenire tanti fastidiosi infortuni).

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