Il valore del tempo in corsa

Gara di 10 km su strada

Il valore del tempo in corsa 

di Santucci Running

Semplificare è una parola che mi piace molto, ma solo quando non significa essere approssimativi.

Dà un senso di leggerezza, di agilità, di facile perfezionamento di un progetto.

Il tempo non offre spesso semplificazione anche se la sua natura è costituita da un qualcosa di preciso.

Tuttavia dentro esso si possono creare cose profondamente diverse.

In atletica, nel solito spazio temporale, si possono coprire distanze grandi o piccole, ma anche creare densità di stimoli di anteposta estrazione.

In un medesimo tempo ci possono stare il bianco o il nero o l’intera tavolozza del pittore; basta avere le idee chiare per non avere progetti senza fondamenta.

Per questo, meglio non aggiungere se i pezzi non si incastrano alla perfezione.

Il tempo fugge in un attimo, ma quando l’atleta va in crisi, pare impazzire ed i secondi diventano macigni.

Basta guardare una gara sui 400 metri ed una sui 1500 metri per evidenziare un concetto chiave.I tempi di percorrenza non sono così distanti, ma il percorso di allenamento richiesto assolutamente lo è.Nello spazio di alcuni minuti di lavoro fisico, si innescano processi profondamente diversi.

Peraltro, tanto più cresce la distanza e le richieste energetiche diventano di natura simile, poiché spostandoci in territorio aerobico la preparazione presenta tracce equivalenti.

Detto questo, di certo non possiamo considerare una gara di 10 km simile ad una di 15 km ed una di 15 km vicina alla mezza maratona.

I minuti in più vanno costruiti in forma specifica altrimenti significa solo “allungare il brodo”.

La consistenza viene regalata dall’unione di più componenti fra cui spiccano l’efficienza muscolare coniugata alla resistenza ed alla qualità ritmica.

Ma il tema di questo articolo vuole andare principalmente su altro e cioè sulle variabili da considerare in una distanza dello stesso tipo.

La maratona per atleti dal diverso valore

Stefano Baldini maratona /Foto Colombo /Fidal
Stefano Baldini maratona /Foto Colombo /Fidal

I top runner attirano l’attenzione di ogni podista per le straordinarie performance che riescono ad ottenere.

Spesso vengono presi a riferimento i loro allenamenti ed inseriti nel proprio programma, ovviamente rivisitati nei tempi e nel taglio.

Poi, oltre a rivedere la quantità di chilometraggio settimanale, si tendono a rimuovere alcuni mezzi di allenamento.

In sostanza avviene un riadattamento dal profilo illogico.

Oltre ad imboccare un percorso non corretto, c’è un altro aspetto che diventa centrale nella questione e cioè il tempo che effettivamente staremo in strada per compiere una distanza come ad esempio per i 42 km.

Questo in prima analisi, perché dovremmo agire nel rispetto dei tempi in cui verosimilmente andremo a coprire la distanza maratona.

Un amatore di ottimo livello, per capirci un corridore che corre la maratona a 4′ al km, deve ovviamente considerare che dovrà stare in gara oltre 40 minuti in più rispetto ad un maratoneta di alto livello.

In quello spazio passano concetti preparatori che non possono essere ignorati.

Ma chi la maratona la corre in 4 o 5 ore, e cioè in tempi doppi e più rispetto al maratoneta di caratura internazionale, come deve impostare la preparazione?

Gli errori grandi

Quando indaghiamo sulla preparazione del primatista del mondo di maratona, dovremmo far caso ai suoi tempi di allenamento ancor prima che al chilometraggio.

Quando egli corre un lungo di 35 km, rimane in strada per un tempo inferiore alle 2 ore, se proponiamo invece un lungo di 35 km ad un podista che corre la maratona in 4h30′ quanto rimane in azione?

Tanto, ma soprattutto..troppo?

Questo per evidenziare il peso muscolare diverso che possono avere allenamenti dal medesimo chilometraggio in atleti dal valore diverso.

Ma anche a livello energetico è tutta un’altra storia.

Ed a livello di reintegrazione prima, durante e dopo certi allenamenti?

Interrogativi che potremmo moltiplicare quasi all’infinito.

Le strategie

Il peso del carico va modulato in base al grado di costruzione dell’atleta, ma in ogni caso dobbiamo tenere conto che si può qualificare tanto più il lavoro estensivo in rapporto al valore.

E’ difficile esprimere qualità in campo resistente e la ricerca sarà improduttiva se viene inserita senza che ve ne siano i requisiti minimi.

Pare quasi un circolo vizioso.

Tu vali, puoi stare meno tempo in strada perché copri più km e quindi hai maggior freschezza muscolare e più energie per elaborare la qualità con grande profitto.

Ma come se ne esce?

Solo migliorando pazientemente i propri parametri, ricordandosi che per poter accedere a stati di base superiori per permettersi schemi di allenamento più evoluti, passa dalla correttezza metodologica.

Quindi il classico mattone su mattone, poi quando la casa è fatta si fa presto a spiccare il volo, ma senza di perdere di vista ciò che siamo.

Tutti hanno margini di crescita impressionanti, ma ognuno ha un suo valore di base che per alcuni fortunati è già eccelso a stare sul divano.

Pare una provocazione, ma non c’è da stupirci quando vediamo sorpassarci da un atleta che ha iniziato solo da poco tempo a correre o che in allenamento fa solo della corsa lenta.

Con l’allenamento amplifichiamo i nostri valori, ma non possiamo cambiare la genetica rinascendo una seconda volta.

Quindi dobbiamo tenere stretto ciò che siamo, lavorando sulle nostre proprietà.La sfida sta nel riuscire a raggiungere un obiettivo elevato, ma ragionevole.

Grande, grandissimo, ma in linea con la nostra natura e lasciamo fare a Kipchoge le sue imprese, in Africa oramai non avremo più la fortuna di nascere.

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